
L’esercizio fisico regolare rappresenta uno dei principali strumenti di prevenzione cardiovascolare. Migliora la capacità cardiorespiratoria, contribuisce al controllo della pressione arteriosa e del metabolismo e riduce il rischio di numerose patologie croniche.
Una recente revisione pubblicata su Circulation Research descrive però un fenomeno apparentemente contraddittorio: nelle persone che praticano attività fisica molto intensa per molti anni, in particolare negli atleti di endurance, viene osservata con maggiore frequenza una quantità elevata di calcio nelle arterie coronarie [1].
Anche una revisione pubblicata sull’European Heart Journal ha analizzato la presenza di aterosclerosi coronarica negli atleti, sottolineando come il significato clinico di questi reperti non sia ancora del tutto definito [2].
Non è stato dimostrato che l’attività sportiva aumenti il rischio di eventi cardiovascolari negli atleti. Tuttavia, la presenza di una maggiore calcificazione richiede attenzione, perché il calcio coronarico è generalmente considerato un indicatore del carico aterosclerotico e del rischio cardiovascolare.
Questo apparente paradosso non mette in discussione i benefici dell’esercizio. Offre piuttosto un’occasione per comprendere meglio i meccanismi attraverso cui il calcio viene regolato nell’organismo e depositato nei tessuti.
Perché gli atleti possono presentare più calcio coronarico?
Le ragioni dell’associazione tra esercizio di endurance e calcificazione coronarica non sono ancora completamente chiarite. Tra i meccanismi proposti rientrano gli effetti dell’attività intensa e prolungata sul rimodellamento osseo, sull’infiammazione transitoria, sullo stress meccanico e sul metabolismo del calcio [1].
L’esercizio ad alta intensità aumenta il rinnovamento dei tessuti, compreso quello osseo. In questo processo, il calcio viene continuamente mobilizzato e redistribuito. Affinché venga utilizzato correttamente, l’organismo deve indirizzarlo verso le ossa e limitarne il deposito nei tessuti molli e nelle pareti arteriose.
In questa regolazione può intervenire la vitamina K2.
Vitamina K2 e proteina Matrix Gla
La vitamina K è necessaria per l’attivazione di diverse proteine coinvolte nella gestione del calcio. Tra queste vi è la Matrix Gla Protein, o MGP, uno dei principali inibitori naturali della calcificazione vascolare.
Per svolgere la propria funzione, la MGP deve essere attivata attraverso un processo dipendente dalla vitamina K. Quando la disponibilità di vitamina K è insufficiente, aumenta la quota di proteina non attiva e può ridursi la capacità dell’organismo di contrastare il deposito di calcio nei vasi.
Questo meccanismo non consente di attribuire la calcificazione osservata negli atleti a una singola carenza nutrizionale. Suggerisce, tuttavia, che lo stato micronutrizionale possa contribuire al modo in cui l’organismo gestisce il calcio, soprattutto in presenza di un elevato carico fisico e di un continuo rimodellamento dei tessuti.
Le evidenze sull’integrazione di vitamina K2
Un recente studio clinico randomizzato ha valutato l’assunzione quotidiana di menaquinone-7, una forma di vitamina K2, in 180 pazienti con malattia coronarica sintomatica e calcificazione già presente [3].
Dopo due anni, la progressione della calcificazione coronarica è risultata inferiore nel gruppo trattato con vitamina K2 rispetto al placebo. Gli autori hanno tuttavia precisato che il significato clinico del risultato deve ancora essere chiarito: lo studio ha misurato l’evoluzione della calcificazione, non la riduzione di infarti, mortalità o altri eventi cardiovascolari.
Risultati coerenti emergono da una revisione sistematica e meta-analisi di 14 studi randomizzati, comprendenti complessivamente 1.533 partecipanti [4]. L’analisi ha rilevato un rallentamento della progressione del calcio coronarico e una migliore attivazione della MGP nei soggetti che assumevano vitamina K.
Gli stessi autori sottolineano però l’eterogeneità degli studi e la necessità di ulteriori ricerche prima di trasferire questi risultati in raccomandazioni generalizzate.
Alimentazione e disponibilità di vitamina K2
La vitamina K2 è presente soprattutto in alcuni alimenti fermentati e di origine animale. Tra le fonti alimentari vengono generalmente considerati il natto, alcuni formaggi stagionati, il fegato, il burro e altri prodotti fermentati.
La dieta occidentale moderna, spesso caratterizzata da alimenti altamente processati e da una ridotta presenza di preparazioni tradizionali o fermentate, può offrire quantità limitate di questi alimenti.
Per il professionista, il punto non è attribuire ogni reperto di calcificazione a una carenza di vitamina K2, ma considerare anche lo stato nutrizionale all’interno della valutazione complessiva del soggetto che pratica attività fisica intensa.
L’importanza del recupero
I benefici dell’allenamento non si producono esclusivamente durante lo sforzo. È soprattutto nella fase di recupero che l’organismo ripara i tessuti, ripristina le riserve e si adatta allo stimolo ricevuto.
Un’attività intensa e continua, non accompagnata da tempi sufficienti di recupero, può trasformare uno stimolo favorevole in un carico eccessivo. Questo non significa che l’esercizio vigoroso sia dannoso, ma che intensità, frequenza e recupero devono essere proporzionati alla capacità individuale di adattamento.
Sulla base dell’esperienza clinica del dott. Dimitris Tsoukalas, molti dei benefici possono essere ottenuti combinando due o tre sessioni settimanali di attività intensa con movimento a minore intensità negli altri giorni, come camminata o esercizio moderato. Non si tratta di una prescrizione valida per tutti, ma di un principio di equilibrio da adattare alle condizioni cliniche, all’età e al livello di allenamento della persona.
Un paradosso che non riduce il valore dell’esercizio
La maggiore calcificazione coronarica descritta in alcuni atleti di endurance non dimostra che l’esercizio fisico faccia male. I benefici dell’attività regolare rimangono ampiamente riconosciuti e, fino a oggi, non è stato dimostrato un aumento complessivo degli eventi cardiovascolari negli atleti a causa di questo fenomeno.
Il paradosso sembra riguardare soprattutto volumi molto elevati di esercizio di resistenza protratti per anni. Il messaggio non è quindi quello di ridurre indiscriminatamente l’attività fisica, ma di evitare che il concetto di “più esercizio” venga automaticamente interpretato come “maggiore beneficio”.
Allenamento, recupero, alimentazione e disponibilità di micronutrienti fanno parte dello stesso processo di adattamento. L’esercizio produce i suoi effetti migliori quando l’organismo dispone del tempo e delle risorse necessarie per ricostruire ciò che lo sforzo ha temporaneamente modificato.
Riferimenti scientifici
- Hsu J.J., Tintut Y., Demer L.L. Paradox of Exercise and Coronary Artery Calcification: Potential Underlying Mechanisms. Circulation Research. 2025;137(2):335-349.
- Claessen G. et al. Coronary atherosclerosis in athletes: emerging concepts and preventive strategies. European Heart Journal. 2025;46(10):890-903.
- Vossen L.M. et al. Two Years of Menaquinone-7 Supplementation and Coronary Artery Calcification: A Randomized Clinical Trial. JAMA Cardiology. Pubblicato online il 10 giugno 2026.
- Li T. et al. Vitamin K supplementation and vascular calcification: a systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. Frontiers in Nutrition. 2023;10:1115069.

