Due persone alla scrivania, con provete di sangue in uno studio medico.

Due persone eseguono gli stessi esami. Entrambe hanno una glicemia a digiuno di 90 mg/dL, quindi apparentemente normale.

La prima ha però un’insulina a digiuno di 4 μU/mL, mentre la seconda presenta un valore di 18 μU/mL.

La glicemia è identica, ma il lavoro metabolico necessario per mantenerla a quel livello è molto diverso. Nel secondo caso, l’organismo ha bisogno di una quantità di insulina quasi cinque volte superiore per ottenere lo stesso risultato.

Ed è proprio questa differenza che può rivelare molto sullo stato metabolico di una persona.

Quando la glicemia è normale, ma l’insulina è già elevata

L’insulina è l’ormone che permette al glucosio di entrare nelle cellule e di essere utilizzato nei processi metabolici.

Quando le cellule rispondono normalmente al segnale insulinico, quantità relativamente basse di insulina sono sufficienti a mantenere stabile la glicemia.

Quando invece la sensibilità all’insulina diminuisce, il pancreas deve produrne quantità maggiori per ottenere lo stesso effetto.

Per questo, nelle fasi iniziali dell’insulino-resistenza, la glicemia può rimanere perfettamente normale.

Il problema metabolico esiste già, ma viene compensato attraverso una maggiore secrezione di insulina.

Valori di insulina a digiuno persistentemente elevati, soprattutto quando superano circa 10 μU/mL e sono associati ad altri segni metabolici, possono suggerire una possibile condizione di insulino-resistenza [1]. Non si tratta però di una soglia diagnostica universale: il dato deve sempre essere interpretato nel contesto clinico e metabolico complessivo.

È proprio per questo che osservare soltanto la glicemia può non essere sufficiente.

Il glucosio viene regolato con estrema precisione

L’organismo mantiene i livelli di glucosio nel sangue entro limiti molto ristretti.

Dopo l’assunzione di alimenti ricchi di zuccheri o carboidrati rapidamente disponibili — per esempio dolci, gelati, pane bianco, fette biscottate con marmellata, cereali per la colazione, biscotti, succhi e bevande zuccherate — una quantità importante di glucosio può diventare disponibile in poco tempo.

Il pancreas risponde aumentando la secrezione di insulina, che permette all’organismo di gestire questo aumento.

In una persona con buona sensibilità insulinica, glucosio e insulina tendono a tornare verso i valori basali entro alcune ore dal pasto.

Quando è presente insulino-resistenza, invece, l’insulina può rimanere elevata più a lungo e la risposta metabolica può protrarsi fino al pasto successivo [1,3].

Se questa condizione si ripete quotidianamente per anni, l’iperinsulinemia può diventare una componente stabile del quadro metabolico.

Il rischio cardiovascolare non dipende solo dal colesterolo

L’insulino-resistenza ha conseguenze che vanno ben oltre il controllo della glicemia.

Uno studio pubblicato su JAMA Cardiology, condotto su 28.024 donne seguite per una mediana di 21,4 anni, ha mostrato quanto i marcatori metabolici possano essere rilevanti nel rischio di malattia coronarica precoce. jamanetwork.com

Nelle donne che sviluppavano una malattia coronarica prima dei 55 anni, un incremento di una deviazione standard del punteggio di insulino-resistenza lipoproteica (LPIR) era associato a un hazard ratio aggiustato di 6,40, rispetto a 1,38 per il colesterolo LDL. Il diabete presentava un’associazione ancora più marcata, con un hazard ratio di 10,71. jamanetwork.com

È importante precisare che il punteggio LPIR è un indice derivato dal profilo delle lipoproteine e rappresenta un marcatore di insulino-resistenza: non corrisponde alla semplice misurazione dell’insulina a digiuno e i due parametri non devono essere considerati intercambiabili.

Inoltre, questi valori esprimono associazioni statistiche e non dimostrano che l’insulino-resistenza provochi direttamente un rischio cardiovascolare sei volte superiore.

Il dato rimane però clinicamente rilevante: nella valutazione del rischio cardiovascolare non conta soltanto la concentrazione del colesterolo o del glucosio, ma anche il contesto metabolico nel quale questi valori si inseriscono.

Insulina, crescita cellulare e rischio oncologico

L’insulina svolge anche funzioni legate alla crescita e alla proliferazione cellulare.

L’iperinsulinemia cronica è stata studiata in relazione a diversi meccanismi coinvolti nello sviluppo tumorale e risulta associata a un aumento del rischio di alcuni tumori, tra cui quelli del colon-retto, della mammella dopo la menopausa, dell’endometrio e del pancreas [5].

In uno studio su quasi 10.000 adulti senza diabete, livelli elevati di insulina a digiuno erano associati a una maggiore mortalità per cancro, anche nei soggetti non obesi [1].

Questi dati devono essere interpretati correttamente: mostrano un’associazione e una plausibilità biologica, ma non permettono di affermare che l’insulina elevata sia, da sola, causa di tumore.

Resta però un elemento importante nella valutazione dello stato metabolico complessivo.

Il legame tra metabolismo e sistema immunitario

Il metabolismo influenza anche la funzione del sistema immunitario.

Le cellule T regolatorie hanno il compito di limitare risposte immunitarie inappropriate e contribuire al mantenimento della tolleranza verso i propri tessuti.

Studi sperimentali hanno mostrato che livelli elevati di insulina e alterazioni metaboliche persistenti possono interferire con la funzione di queste cellule e favorire un ambiente più pro-infiammatorio [6,7].

Quando il sovraccarico metabolico diventa cronico, i meccanismi che regolano la tolleranza immunitaria possono essere compromessi.

Questo non significa che l’insulino-resistenza rappresenti una causa diretta e unica delle malattie autoimmuni. Significa però che metabolismo e immunità sono strettamente interconnessi e che una condizione metabolica alterata può contribuire a modificare l’ambiente immunologico.

Anche analisi metabolomiche più recenti nelle malattie autoimmuni hanno evidenziato alterazioni metaboliche e profili compatibili con insulino-resistenza e disfunzioni associate [8].

L’insulino-resistenza può precedere il diabete di molti anni

Il diabete di tipo 2 generalmente non compare all’improvviso.

Per molti anni il pancreas può compensare la ridotta sensibilità dei tessuti producendo quantità crescenti di insulina.

Durante questa fase la glicemia può rimanere normale o solo lievemente alterata.

Con il tempo, però, la capacità compensatoria può ridursi. Quando il pancreas non riesce più a produrre abbastanza insulina per mantenere il glucosio entro i valori normali, la glicemia inizia progressivamente ad aumentare [9].

Gli studi longitudinali mostrano che queste alterazioni possono precedere la diagnosi di diabete di tipo 2 di molti anni [9,10].

Individuare precocemente l’insulino-resistenza significa quindi avere la possibilità di intervenire quando il sistema metabolico conserva ancora un’importante capacità di compensazione.

Guardare oltre la glicemia

Misurare l’insulina insieme alla glicemia può fornire informazioni aggiuntive sul funzionamento del metabolismo glucidico.

Analisi metabolomiche più approfondite possono inoltre evidenziare alterazioni associate all’insulino-resistenza e fattori concomitanti, come carenze di micronutrienti, alterazioni della permeabilità intestinale, ridotta capacità antiossidante, disfunzione mitocondriale e modificazioni dei meccanismi che regolano l’infiammazione [11].

L’obiettivo non è quindi osservare un singolo valore isolato, ma comprendere il contesto metabolico complessivo.

Cosa possiamo fare

L’insulino-resistenza è fortemente influenzata da alimentazione, stile di vita e condizioni metaboliche individuali.

Un’alimentazione ricca di nutrienti, la riduzione degli alimenti ultraprocessati e dei carboidrati raffinati, l’attività fisica regolare, un sonno adeguato, una corretta idratazione e la correzione di eventuali carenze micronutrizionali possono contribuire a migliorare la sensibilità insulinica.

Anche la qualità complessiva dello stile di vita conta: non si tratta semplicemente di abbassare un numero in un esame, ma di migliorare la capacità dell’organismo di utilizzare correttamente il glucosio e produrre una risposta insulinica proporzionata.

Il concetto centrale rimane semplice:

una glicemia normale non significa necessariamente che il metabolismo del glucosio sia normale.

Due persone possono avere esattamente lo stesso valore di glicemia e trovarsi in condizioni metaboliche profondamente diverse.

Per questo, quando vogliamo comprendere realmente il rischio metabolico, dobbiamo guardare non soltanto al glucosio, ma anche a quanto insulina serve all’organismo per mantenerlo sotto controllo.

Riferimenti scientifici

  1. Tsujimoto T. et al. International Journal of Cancer. 2017;141(1):102-111.
  2. Dugani S.B. et al. JAMA Cardiology. 2021;6(4):437-447.
  3. Polonsky K.S. et al. Journal of Clinical Investigation. 1988;81(2):442-448.
  4. Reaven G.M. Diabetes. 1988;37(12):1595-1607.
  5. Zhang A.M.Y. et al. Diabetes & Metabolism Journal. 2021;45(3):285-311.
  6. De Rosa V. et al. Nature Immunology. 2017;18(11):1190-1196.
  7. Han J.M. et al. Journal of Immunology. 2014;192(2):623-629.
  8. Sarandi E., Tsoukalas D. et al. Scientific Reports. 2025;15:12410.
  9. Tabák A.G. et al. Lancet. 2009;373(9682):2215-2221.
  10. Rao Kondapally Seshasai S. et al. New England Journal of Medicine. 2011;364(9):829-841.
  11. Tsoukalas D. et al. BMJ Nutrition, Prevention & Health. 2024;7(2):e000883.